C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel clima che si respira sempre più spesso nella nostra politica locale.
Non parliamo solo delle querele in sé (minacciate o ricevute), che sono uno strumento previsto dalla legge e che ciascuno è libero di utilizzare quando ritiene di aver subito un torto. Parliamo di una mentalità. La mentalità di chi considera il dissenso un fastidio.
Di chi vive una domanda come un attacco personale.
Di chi interpreta una critica come un’offesa.
Di chi ritiene che ricordare le dichiarazioni del passato sia un atto ostile anziché un normale esercizio di controllo democratico.
Eppure la politica dovrebbe essere esattamente il contrario.
Chi sceglie di amministrare una città accetta volontariamente di essere osservato, criticato, contestato e persino messo di fronte alle proprie contraddizioni. Fa parte del mandato ricevuto dai cittadini.
Non esiste una patente di immunità dal giudizio pubblico.
Non esiste il diritto a non essere criticati.
Non esiste il diritto a non vedersi ricordare ciò che si diceva prima di conquistare una poltrona.
La memoria è uno degli strumenti più importanti della democrazia. Ed è proprio per questo che dà fastidio.
Perché la memoria confronta le promesse con i risultati,confronta gli slogan con le decisioni, confronta le parole pronunciate quando si era all’opposizione con quelle pronunciate una volta arrivati al governo della città.
E spesso il confronto è impietoso.
Da qui nasce un fenomeno che dovrebbe preoccupare tutti: l’utilizzo della pressione legale, o anche solo della sua minaccia, come risposta al dibattito pubblico.
Non è una riflessione teorica. Anche la nostra realtà editoriale si trova oggi coinvolta in una vicenda giudiziaria che trae origine da contenuti pubblicati nell’ambito del dibattito politico locale.
Riteniamo quella querela infondata e sproporzionata rispetto ai fatti contestati ma sarà naturalmente la magistratura ad accertare ogni aspetto della vicenda e a pronunciarsi in merito
Proprio per questo non intendiamo discutere del provvedimento in corso, né formulare giudizi sulle persone coinvolte. Ci interessa invece la questione più ampia che essa pone: quale spazio resta per la critica politica, per la memoria dei fatti e per il diritto dei cittadini di confrontare dichiarazioni e comportamenti di chi esercita funzione pubbliche?
Non è una questione che riguarda il singolo giornale, una pagina Facebook o un giornalista. Riguarda la qualità della nostra democrazia locale.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel clima che si respira sempre più spesso nella politica locale.
Perché quando chi racconta, commenta o critica deve preoccuparsi più degli avvocati che degli argomenti, qualcosa si rompe.
Si rompe il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Si impoverisce il confronto.
Si crea un clima nel quale il problema non è più se una notizia sia vera o falsa, ma se convenga raccontarla.
Ed è proprio questo il punto.
Una politica sicura delle proprie ragioni risponde nel merito.
Spiega, argomenta, convince.
Una politica fragile, invece, tende a considerare il controllo democratico come un’aggressione e la critica come una minaccia.
Enrica Gardiol
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