Cento chilometri di distanza per andare a lavorare, con un contratto part-time. È la realtà con cui si è scontrata Alessia, storica dipendente del supermercato Pam di San Mauro Torinese, che ha da poco preso servizio nel punto vendita di Alessandria. Una sorte, la sua, condivisa con altri quattro colleghi della catena, redistribuiti in varie province del Piemonte, ma sempre rigorosamente lontani da casa e dal proprio punto vendita d’origine.
La denuncia arriva forte e chiara dalla Filcams Cgil, che sta seguendo da vicino la vicenda dei cinque lavoratori. Dietro a quello che l’azienda potrebbe definire come un normale “avvicendamento di personale”, il sindacato vede invece una strategia precisa: un piano di “svecchiamento” forzato.
Il nodo dei costi: anziani vs nuovi assunti
Secondo quanto spiegato da Germana Canali della Filcams Cgil, il meccanismo non lascia spazio a molti dubbi. Negli ultimi anni, circa venti dipendenti “anziani” hanno scelto la via delle dimissioni volontarie, incentivati dall’azienda. Chi ha deciso di rifiutare l’accordo e rimanere al proprio posto, si è visto recapitare la lettera di trasferimento.
“Ci stiamo muovendo con i legali perché non si capisce la motivazione di spostare la dipendente generica part-time ad Alessandria, quando nel Torinese stanno aprendo altri punti vendita”, attacca Canali. “Là hanno famiglia e vita, fare avanti e indietro tutti i giorni diventa un costo insostenibile e un problema logistico enorme. Ci sono tutti i presupposti per impugnare la decisione: suona come una forzatura per spingere i lavoratori al licenziamento”.
Il motivo potrebbe essere puramente economico. I dipendenti storici pesano di più sulle casse aziendali a causa degli scatti di anzianità e, da contratto, godono dell’esenzione dal lavoro domenicale e festivo, salvo straordinari concordati. Al loro posto subentrano i giovani:
- Contratti a termine o di apprendistato (quindi molto meno costosi).
- Clausole elastiche e flessibili.
- Obbligo di disponibilità per i turni nel fine settimana e nei festivi.
L’interrogativo: mancano cassieri ad Alessandria?
La domanda che il sindacato e i lavoratori si pongono – e che attende una risposta ufficiale da parte dei vertici di Pam Panorama – è di natura squisitamente logica e organizzativa: quali sono le reali motivazioni tecnico-produttive che spingono a trasferire una cassiera part-time da Torino ad Alessandria? È mai possibile che nel capoluogo alessandrino non si riescano a trovare figure qualificate per coprire quel ruolo, tanto da dover importare personale da altre province, con tutti i disagi e i costi sociali che ne conseguono?
Pam e i precedenti: il caso del “test del carrello”
Non è la prima volta che le politiche di gestione del personale del colosso della grande distribuzione finiscono al centro delle polemiche. Recentemente, il marchio era finito nella bufera mediatica per il licenziamento in tronco di un cassiere di 62 anni. L’uomo era stato allontanato per non aver superato il cosiddetto “test del carrello” (un controllo ispettivo interno in cui non si era accorto di della merce nascosta sul fondo di un carrello). Il caso sollevò un’ondata di sdegno e si concluse con il reintegro del lavoratore, ma lasciò aperta la ferita sul clima di forte pressione che si respira tra le corsie.
La battaglia legale sul caso dei cinque trasferiti piemontesi è solo all’inizio. Resta da capire se il tribunale del lavoro ravviserà in questi spostamenti una reale esigenza aziendale o, come sostiene la Cgil, un modo surrettizio per tagliare i rami storici (e più costosi) dell’azienda.
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