Da giardini della Stazione alla Pista, i segnali di una criminalità che cambia geografia. E la città chiede una strategia più ampia.
A poco più di un mese dall’istituzione della cosiddetta “zona rossa” nell’area dei giardini pubblici e della stazione ferroviaria di Alessandria, è tempo di una prima riflessione sugli effetti concreti del provvedimento.
Dal 20 aprile scorso, l’area è stata interessata da un massiccio rafforzamento dei controlli straordinari, con la presenza coordinata di pattuglie di Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Polizia Locale. Un dispiegamento di forze che ha certamente prodotto risultati visibili: minore presenza di soggetti dediti allo spaccio, riduzione dei comportamenti molesti e una percezione generale di maggiore sicurezza da parte dei cittadini che frequentano quotidianamente la zona della stazione.
Sarebbe intellettualmente disonesto negare che il provvedimento abbia contribuito a restituire una parvenza di normalità a un’area che da troppo tempo era diventata sinonimo di degrado e illegalità.
Tuttavia, accanto agli effetti positivi, stanno emergendo conseguenze che meritano attenzione e che rischiano di compromettere l’efficacia complessiva dell’intervento.
Il fenomeno è sotto gli occhi di molti residenti: i gruppi che fino a poche settimane fa gravitavano stabilmente attorno alla stazione e ai giardini non sono spariti. Si sono semplicemente spostati.
Percorrendo l’asse che conduce verso il quartiere Cristo e la zona della Pista, si nota infatti una presenza crescente di soggetti che in precedenza stazionavano nell’area interessata dalla zona rossa. Le segnalazioni riguardano in particolare Piazza D’Annunzio, Via Lombroso, Piazza Mafalda di Savoia e, più recentemente, anche Piazza Mentana.
Non si tratta soltanto di una diversa distribuzione delle presenze sul territorio. Il rischio concreto è che attività di microcriminalità, spaccio e degrado urbano vengano progressivamente trasferite in aree che fino a oggi erano rimaste sostanzialmente estranee a queste dinamiche.
È il limite principale di ogni intervento circoscritto territorialmente: quando la pressione delle forze dell’ordine si concentra in un perimetro ristretto, il problema tende a migrare anziché essere risolto.
La criminalità non scompare per decreto. Cambia strada, cambia piazza, cambia quartiere.
Per questo motivo è lecito domandarsi se il modello delle zone rosse, così come è stato concepito e applicato, possa rappresentare una soluzione strutturale oppure soltanto un efficace rimedio temporaneo.
Alessandria non può permettersi di assistere a uno spostamento progressivo delle criticità da una parte all’altra della città. La sicurezza non può essere garantita a macchia di leopardo, creando aree protette e altre lasciate a gestire le conseguenze indirette delle misure adottate altrove.
La risposta dovrebbe essere più ampia e più coraggiosa: considerare l’intero territorio cittadino come un’area da presidiare con continuità, rafforzando la presenza delle forze dell’ordine nei quartieri, nelle piazze, nei giardini pubblici e lungo gli assi urbani più sensibili.
Servono controlli diffusi, costanti e visibili. Serve una presenza che non sia straordinaria ma ordinaria. .
La sicurezza dei cittadini non può dipendere da confini amministrativi tracciati su una mappa. Deve essere garantita ovunque, a ogni ora del giorno e della notte.
Perché il rischio, altrimenti, è che i problemi vengano semplicemente trasferiti da una piazza all’altra, lasciando irrisolta una questione che Alessandria affronta ormai da troppo tempo.
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