“Non c’è nessun giusto, neppure uno” (Romani 3:10).
Con queste parole l’apostolo Paolo abbatte ogni presunzione umana e ricorda una verità che attraversa i secoli.
Nessuno può vantare una giustizia propria davanti a Dio, nessuno può presentarsi forte dei propri meriti, delle
opere compiute o del ruolo ricoperto.
Pastori, sacerdoti, guide spirituali e semplici fedeli condividono la stessa condizione: quella di uomini fragili,
segnati dal peccato e bisognosi di misericordia.
Lo stesso concetto era già stato annunciato nell’Antico Testamento.
“Certo, non c’è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai” (Ecclesiaste 7:20).
Una dichiarazione netta, che mette fine a ogni illusione di perfezione morale.
Secondo la Scrittura, il peccato appartiene alla condizione umana e nessuno ne è escluso.
Per questo davanti alla croce non si resta in piedi con orgoglio, ma ci si inginocchia.
La croce rappresenta il luogo in cui si manifesta sia la verità sull’uomo sia la grandezza dell’amore di Dio.
Da una parte emerge il bisogno di redenzione, dall’altra si apre la via della salvezza.
“Ora invece, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio… mediante la fede in Gesù
Cristo, per tutti quelli che credono” (Romani 3:21-22).
Non una giustizia conquistata con sforzi personali, ma un dono offerto gratuitamente a chi crede.
Paolo prosegue con parole centrali per la fede cristiana.
“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia,
mediante la redenzione che è in Cristo Gesù” (Romani 3:23-24).
Il sacrificio di Cristo sulla croce diventa così il centro della speranza cristiana.
“Che Dio ha prestabilito come sacrificio di espiazione mediante la fede nel suo sangue” (Romani 3:25).
Attraverso quel sangue versato, l’uomo viene lavato dal peccato e riconciliato con Dio.
Per questo motivo nessuno può guardare l’altro con superiorità.
Gesù ammonisce con parole severe: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti
accorgi della trave che è nel tuo occhio?” (Matteo 7:3).
E ancora, davanti alla donna adultera, dichiara: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di
lei” (Giovanni 8:7).
Un richiamo universale all’umiltà, perché tutti hanno bisogno della stessa grazia.
La salvezza, tuttavia, passa attraverso una scelta precisa.
“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già condannato” (Giovanni 3:18).
Il Vangelo presenta la fede in Gesù Cristo non come un’opzione secondaria, ma come la via della riconciliazione
con Dio.
Non si tratta soltanto di aderire a una tradizione religiosa, ma di affidare la propria vita a colui che ha dato se
stesso per i peccatori.
Allo stesso tempo, cresce il richiamo a vigilare contro interpretazioni superficiali della grazia.
Alcune derive moderne rischiano di trasformarla in una giustificazione comoda, dove tutto sarebbe permesso e
nulla richiesto.
Ma la grazia biblica non è una licenza per restare nel peccato.
È un dono che cambia il cuore, spinge al ravvedimento e conduce a una vita nuova.
Davanti alla croce, dunque, ogni uomo e ogni donna scoprono la propria piccolezza.
Nessuno è degno per meriti personali, nessuno può vantarsi della propria rettitudine.
Ma chi si avvicina con fede trova ciò che da solo non potrebbe mai ottenere: perdono, redenzione e vita eterna.
“Non c’è nessun giusto, neppure uno” (Romani 3:10).
Ma in Cristo, per grazia, tutti possono essere salvati.
Fabio BOLDRIN
Sara BORGOGLIO
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