Gira un’immagine, in queste ore, che lascia addosso un retrogusto amaro. Non è la foto di un degrado qualsiasi, di quelli a cui purtroppo le nostre città ci stanno abituando. È qualcosa di più profondo, che tocca una corda scoperta: quella del rispetto.
Accanto ai cassonetti del centro storico di Alessandria (via Volturno, via sant’Ubaldo, piazza santa Maria di Castello) sono stati ritrovati diversi sacchetti di quelli distribuiti dalle associazioni del territorio, quelle reti di volontari che spendono tempo, energie e risorse per dare un pasto caldo o una spesa minima a chi non ha un tetto sopra la testa.
Dentro ci sono i classici generi alimentari della cucina italiana: pane, pasta, formaggio. Lo sconcerto arriva guardando meglio: pacchi di pasta ancora integri, sigillati, gettati via senza un briciolo di esitazione. Così come i triangoli di formaggio grana ancora incellophanati. Come se fossero un peso inutile di cui disfarsi alla prima curva. E non sarebbe un caso isolato.
Un insulto allo spreco e a chi dona
Il primo sentimento è la rabbia per lo spreco alimentare, una piaga che combattiamo a colpi di campagne di sensibilizzazione, mentre poi la realtà ci schiaffeggia con interi chili di cibo buttati nella spazzatura. Ma c’è un secondo livello di lettura, forse ancora più doloroso, che riguarda il valore del dono.
Chi riceve questi aiuti spesso si trova in condizioni di vulnerabilità estrema, ed è sacrosanto che la società si mobiliti per non lasciare indietro nessuno. La solidarietà, però, non è un bancomat a fondo perduto e non dovrebbe essere monodirezionale. Richiede, o almeno dovrebbe presupporre, un briciolo di dignità e di gratitudine.
Vedere cibo intatto buttato via perché, evidentemente, “non di proprio gradimento” fa sorgere un dubbio strisciante:
Se hai la libertà di scegliere cosa gettare con tanta leggerezza, allora forse lo stato di necessità non è così estremo. O forse, peggio ancora, si è persa la percezione del valore di ciò che si riceve gratuitamente.
Aiutare sì, ma con responsabilità
Nessuno vuole fare del moralismo spicciolo o colpevolizzare un’intera categoria di persone fragili per l’azione di pochi. Sappiamo bene che tra i senzatetto ci sono storie di dramma vero, solitudine e disagio mentale. Tuttavia, tollerare in silenzio queste scene significa anche sminuire il lavoro dei volontari e la generosità di chi dona (spesso privandosi di qualcosa) per riempire quei sacchetti.
Aiutare è un dovere civile. Pretendere che quel dono venga rispettato, e non trattato come spazzatura, è una questione di educazione e di giustizia sociale. Perché il cibo non si butta. Specie se non hai i soldi per comprarlo.
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