Inquinamento a Spinetta, i comitati denunciano di essere stati lasciati soli dalla Regione

Aiuta il giornalismo indipendente

Supporta La Pulce nell'Orecchio in questo periodo difficile in cui l'informazione, anche quella scomoda, fa la differenza sulle fake news e la misinformazione.

A Spinetta Marengo, uno dei territori più colpiti dall’inquinamento da PFAS in Piemonte, cittadini e cittadine sono costretti a recarsi fino a Milano, pagando di tasca propria, per effettuare analisi del sangue in grado di rilevare la presenza delle sostanze perfluoroalchiliche nel proprio organismo. Eppure, a Torino esiste già un macchinario acquistato con fondi pubblici capace di svolgere questi esami.

Una situazione che alimenta indignazione e domande sempre più pressanti nei confronti della Regione Piemonte, dell’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi e della task force PFAS istituita nei mesi scorsi. Perché, nel territorio più esposto alla contaminazione, non viene garantito un servizio sanitario essenziale direttamente sul territorio regionale?

A denunciare la situazione sono i comitati e le associazioni impegnate nel percorso “Ce l’ho nel sangue”, che puntano il dito contro l’assenza di risposte concrete dopo il biomonitoraggio effettuato sulla popolazione. Secondo quanto riferiscono, molte persone che hanno aderito agli screening avrebbero ricevuto gli esiti delle analisi senza però alcuna presa in carico sanitaria o supporto successivo da parte delle istituzioni.

“Le persone sono state lasciate sole con le proprie paure e preoccupazioni”, accusano gli attivisti, che contestano anche la totale assenza di aggiornamenti pubblici promessi dalla Regione. “Ci era stato assicurato che sarebbero stati organizzati incontri periodici a Spinetta Marengo per informare la cittadinanza sull’andamento delle analisi e sulla gestione dell’emergenza PFAS. Da mesi non si vede più nessuno”.

Nel frattempo continua il silenzio sull’iter di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dello stabilimento Syensqo, ex Solvay, procedimento scaduto ormai dal 2022. Le associazioni denunciano che, nonostante le rassicurazioni ricevute negli ultimi mesi, l’ultima Conferenza dei Servizi attesa per maggio non sarebbe ancora stata convocata.

“Nessuna comunicazione pubblica, nessun confronto con la cittadinanza, nessuna risposta alle richieste formali di incontro inviate agli enti competenti”, denunciano i comitati. E il nodo è centrale: il rinnovo dell’AIA definirà per i prossimi dieci anni quali sostanze potranno essere prodotte, emesse e scaricate in un territorio già segnato dalla contaminazione da PFAS rilevata nell’acqua, nell’aria, nei terreni, negli alimenti e nel sangue delle persone.

Le preoccupazioni riguardano soprattutto i cosiddetti PFAS di nuova generazione, sostanze che dieci anni fa non erano ancora al centro dell’attenzione scientifica e normativa. “Rischiamo di ripetere lo stesso schema del passato — sostengono gli attivisti — autorizzando nuovi cicli produttivi senza sapere realmente quali sostanze verranno utilizzate nei prossimi anni”.

Da qui l’accusa politica: “È incapacità, superficialità o una precisa strategia per abbassare l’attenzione pubblica e logorare una comunità che continua a chiedere verità, giustizia e bonifiche reali?”.

Intanto il movimento nato attorno alla campagna “Ce l’ho nel sangue” annuncia di voler proseguire la mobilitazione. Il prossimo appuntamento sarà il 3 giugno davanti al Tribunale di Alessandria, in occasione della nuova udienza del procedimento penale per disastro ambientale a carico di dirigenti dell’ex Solvay.

I comitati dichiarano che saranno presenti accanto alle parti civili “per ribadire che decenni di inquinamento, malattie e contaminazione non possono essere chiusi con una trattativa economica”.

La vicenda locale si inserisce inoltre in un quadro internazionale sempre più delicato. Da Spinetta Marengo alla Francia, dal Belgio agli Stati Uniti, il nome Solvay continua infatti a emergere in controversie legate alla contaminazione ambientale da PFAS e alle responsabilità industriali. E per gli attivisti il cambio di nome da Solvay a Syensqo non può rappresentare una cesura con il passato.

“Cambiare nome non basta a cancellare le responsabilità”, affermano. “Solvay deve smettere di avvelenare impunemente”.


Scopri di più da

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Informazioni su La Pulce nell'Orecchio 3869 Articoli
La Pulce nell'Orecchio

Commenta per primo

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.