Consiglio comunale in costume: quando il dress code diventa una questione politica (bipartisan)

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Due consiglieri, due collegamenti da remoto, due contesti ben poco istituzionali. Ad Alessandria la questione del decoro nelle videoconferenze torna di attualità dopo il caso di Vincenzo Demarte, colto in accappatoio e a torso nudo durante una commissione comunale, e riapre un confronto con l’episodio di Rita Rossa, apparsa ad agosto in costume sotto l’ombrellone mentre partecipava a distanza ai lavori del Consiglio.

La spa di Demarte

Il capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale e vicepresidente della Provincia si è collegato martedì 13 ottobre alla Commissione Sviluppo e Territorio direttamente da una spa, dove era in soggiorno. Le immagini, trasmesse anche in streaming sul canale YouTube del Comune e proiettate in sala consiliare, lo ritraevano in accappatoio e, in alcuni fotogrammi, a torso nudo.

Demarte ha spiegato di aver creduto che la telecamera fosse spenta e di essere incappato in un problema tecnico, precisando che non intendeva mostrarsi in quel modo. Ha inoltre annunciato la rinuncia al gettone di presenza relativo alla seduta.

La reazione è stata immediata e molto dura: il video ha girato sul web e sulle principali testate nazionali, trasformando un incidente tecnico in un caso di portata mediatica.

L’ombrellone di Rossa

Ad agosto era stata invece Rita Rossa, ex sindaca di Alessandria e consigliera comunale, a partecipare da remoto ai lavori del Consiglio in costume, sotto un ombrellone. Un’immagine senza dubbio insolita per una seduta pubblica, ma accolta con una attenzione mediatica molto più contenuta rispetto alla bufera scatenata sul collega di Forza Italia.

Entrambi i casi sollevano la stessa domanda: perché collegarsi a una riunione istituzionale se ci si trova in una situazione in cui non si può — o non si vuole — presentarsi in modo consono al ruolo? Perché mantenere la camera ‘on’ a tutti i costi dopo l’appello? La risposta più benevola è la voglia di non mancare all’appuntamento, magari per non lasciare scoperto il proprio gruppo o per non rinunciare a un voto o a un intervento. Quella meno benevola è che la partecipazione da remoto, nata per garantire continuità e flessibilità, rischi a volte di diventare una presenza “a tutti i costi”, più formale che effettiva.

Due episodi, due reazioni

È innegabile che i due episodi abbiano ricevuto trattamenti mediatici diversi. Nel caso Demarte, l’immagine dell’accappatoio e del torso nudo, unita al fatto che il collegamento era visibile in diretta e sui maxischermi di Palazzo Rosso, ha alimentato polemiche politiche e ironie su scala nazionale. Nel caso Rossa, la scena della consigliera in costume è rimasta sostanzialmente una curiosità locale, senza generare la stessa ondata di critiche.

La differenza non giustifica alcuna delle due scelte: il decoro richiesto da una carica pubblica non cambia a seconda del colore politico, della stagione o della location. Ma dice molto su come funzionano oggi le reazioni pubbliche: conta il contesto, conta l’immagine, contano soprattutto i riflettori. E a volte conta anche chi, in quel momento, ha più nemici pronti a fare lo screenshot.

L’invito con il dress code

D’ora in avanti, dunque, l’invito alle sedute del Consiglio comunale dovrebbe forse contenere una nuova dicitura, accanto a data, ora e ordine del giorno: “dress code: abbigliamento consono alla carica”. Oppure, in versione più sintetica e popolare: “Si prega di verificare di essere vestiti prima di entrare in videoconferenza”.

Perché il problema, alla fine, non è la spa né l’ombrellone: è ricordare che dietro una webcam, anche d’estate e anche da remoto, non c’è più una camera privata. C’è un’istituzione.


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