C’è una domanda che la politica sanitaria dovrebbe avere il coraggio di affrontare: se gli infermieri mancano, perché il sistema continua a trattare questa condizione come un’emergenza anziché affrontarla attraverso assunzioni strutturali?
Nel luglio 2023 La Stampa raccontava un dato che ancora oggi fa riflettere: nel concorso per infermieri destinato alle aziende sanitarie torinesi, oltre il 60% dei candidati fu eliminato alla prova scritta. Un concorso atteso da più di un anno per una professione della quale il sistema sanitario pubblico dichiarava, e continua a dichiarare, di avere disperatamente bisogno.
Da allora il problema non si è risolto. Nel 2024 Azienda Zero ha bandito un concorso regionale per 60 infermieri a tempo indeterminato destinati alle aziende sanitarie piemontesi; nel febbraio 2025 la Regione annunciava ulteriori procedure di reclutamento, indicando proprio negli infermieri una delle categorie sulle quali concentrare gli interventi.
E qui emerge la contraddizione: mentre si cercano infermieri in Italia, il sistema ricorre anche al reclutamento di personale formato all’estero, attraverso procedure temporanee consentite dalla normativa fino al 2027.
Non è il lavoratore straniero il problema. È il modello organizzativo.
Per diventare infermiere in Italia è necessario un percorso universitario triennale di 180 CFU e l’iscrizione all’Ordine professionale. Per i titoli conseguiti all’estero sono previste procedure di riconoscimento e, quando necessario, misure compensative per colmare eventuali differenze formative; in alcuni casi, tuttavia, la normativa emergenziale consente l’esercizio temporaneo attraverso procedure regionali.
Ed è qui che si genera il cortocircuito.
Un infermiere formato dal sistema universitario italiano, selezionato attraverso un concorso pubblico e assunto a tempo indeterminato rappresenta una risorsa strutturale: contribuisce alla continuità assistenziale, alla stabilità delle équipe, alla formazione interna e alla programmazione di lungo periodo.
Il personale reperito attraverso canali temporanei ed esterni risponde invece, almeno nell’immediato, a una logica diversa: coprire il vuoto che si è creato.
La distinzione non è marginale.
Quando l’emergenza diventa strutturale, infatti, può trasformarsi in un mercato: agenzie, cooperative, società di somministrazione e intermediari assumono un ruolo nel fornire ciò che il sistema pubblico non riesce — o non sceglie — di stabilizzare direttamente.
Il punto, allora, non è mettere in discussione la preparazione degli infermieri formati all’estero, che sarebbe riduttivo e ingiusto. La questione è capire se una risposta temporanea possa risultare, nel breve periodo, più conveniente della stabilizzazione del personale.
Assumere stabilmente significa programmare gli organici, sostenere una spesa strutturale, garantire carriere, formazione e continuità. Ricorrere a soluzioni temporanee consente invece di rispondere rapidamente alle criticità immediate, colmando i vuoti senza assumere necessariamente un impegno organizzativo di lungo periodo.
Una convenienza che, tuttavia, può avere un costo molto più alto per il sistema.
Un ospedale non è una semplice somma di turni da coprire. È un’organizzazione complessa nella quale esperienza, continuità delle équipe, conoscenza dei percorsi clinico-assistenziali e formazione condivisa incidono direttamente sulla qualità delle cure.
La carenza di personale riduce la capacità operativa, aumenta il carico di lavoro sugli operatori presenti e può allungare i tempi di risposta del sistema. Le liste d’attesa hanno certamente molteplici cause, ma nessun sistema sanitario può garantire un’assistenza adeguata senza un numero sufficiente di professionisti per erogarla.
La domanda, allora, rimane tutta lì, semplice e scomoda: perché, dopo anni di carenza, continuiamo a cercare soluzioni esterne invece di rendere stabile e conveniente l’impiego dei professionisti che abbiamo formato?
Perché se gli infermieri mancano davvero, la soluzione non può essere soltanto quella di cercarli altrove.
Dovrebbe essere quella di chiedersi perché quelli che abbiamo non bastano, perché quelli che formiamo non restano e perché una carenza ormai cronica continui a essere gestita come se fosse un’emergenza.
G/M
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