Grano, coltivarlo non conviene più? «Con 65 quintali si rischia di lavorare in perdita»

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A Quargnento gli Agricoltori Autonomi Italiani hanno analizzato i conti di una media azienda alessandrina. Il margine, senza Pac e aiuti, sarebbe ridotto a poche centinaia di euro o addirittura negativo

Coltivare grano sta diventando una scommessa sempre più rischiosa. Per le aziende agricole medio-piccole della pianura alessandrina, anche una buona produzione può non essere sufficiente a coprire i costi. Il tema è stato affrontato a Quargnento dagli Agricoltori Autonomi Italiani, durante un incontro dedicato al futuro dell’agricoltura tradizionale.

I conti presentati dall’associazione partono da un’azienda agricola di dimensioni medie, situata in pianura, che svolge direttamente tutte le lavorazioni, fatta eccezione per la raccolta. Il costo complessivo, dalla preparazione del terreno fino alla trebbiatura, è stato stimato in circa 1.700 euro per ettaro, comprese le spese burocratiche.

Costi sempre più pesanti

A incidere maggiormente sono le lavorazioni meccaniche, che rappresentano quasi la metà della spesa complessiva: circa il 48%. Anche i costi fissi hanno un peso rilevante e arrivano ad almeno un quinto del totale.

A fronte di questa struttura di costi, gli Agricoltori Autonomi hanno ipotizzato una resa di 65 quintali di grano per ettaro, oltre alla vendita della paglia. Il ricavo complessivo stimato sarebbe di circa 1.500 euro per ettaro.

Il risultato è immediato: prima ancora di considerare il sostegno pubblico, il bilancio si chiuderebbe con una perdita di circa 200 euro per ettaro. Solo grazie alla Pac e alle altre misure di sostegno si potrebbe arrivare a un pareggio o a un margine minimo, nell’ordine di poche decine o al massimo di un centinaio di euro.

Un’analisi analoga sui costi del frumento tenero aveva già evidenziato come, con rese comprese tra 65 e 70 quintali per ettaro, i ricavi di mercato possano coprire a fatica le spese, rendendo spesso decisivo il contributo della Pac. Anche studi più recenti sui costi di produzione del frumento mostrano come, a fronte di costi superiori ai 1.000 euro per ettaro, la redditività possa restare negativa quando i prezzi all’origine sono deboli.

«I prezzi non li decidiamo noi»

«Cento euro portati a casa? È avvilente per le aziende medio-piccole, che vedono margini ridotti a pochi spiccioli», ha commentato il presidente degli Agricoltori Autonomi Italiani, Gabriele Ponzano.

Il problema, secondo l’associazione, è che gli agricoltori hanno un controllo molto limitato sul prezzo finale del prodotto. «I prezzi non li facciamo noi – ha spiegato Ponzano –. Possiamo soltanto decidere se coltivare e valutare le tecniche più adatte per ridurre i costi, limitando le perdite».

Una situazione che espone le aziende a ogni variabile: un calo delle quotazioni, una resa inferiore alle attese, un aumento del gasolio, dei fertilizzanti o dei costi di manutenzione possono trasformare un bilancio già fragile in una perdita consistente. Le quotazioni del grano duro, inoltre, risultano ancora caratterizzate da una forte volatilità sui mercati internazionali e da valori deboli in diverse piazze italiane.

Energia, clima e burocrazia

Tra gli ospiti dell’incontro era presente anche l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Gaetano Pedullà, che ha descritto una situazione di forte pressione sulle imprese agricole.

«Gli agricoltori sono massacrati dai costi dell’energia, dai cambiamenti climatici, da una burocrazia assassina, dalla stretta del credito e dalla speculazione finanziaria che umilia il prezzo delle loro produzioni», ha dichiarato.

Siccità, eventi meteorologici estremi e aumento delle temperature stanno modificando condizioni e calendario delle coltivazioni, con conseguenze sulla produttività e sulla qualità dei raccolti. L’agricoltura è infatti tra i settori maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico.

Il paradosso del Made in Italy

Il paradosso denunciato durante l’incontro è evidente: da una parte istituzioni e politica difendono il Made in Italy, la qualità delle produzioni e il valore strategico dell’agroalimentare; dall’altra, secondo gli Agricoltori Autonomi, le regole del mercato continuano a comprimere i margini di chi produce.

«Se tutti sono a favore del Made in Italy e dicono di voler difendere i nostri agricoltori, perché non cambia nulla?», si è chiesto Ponzano. «Gli interessi dell’industria hanno sempre la meglio, in Italia e in Europa».

Il presidente ha richiamato anche la risposta ricevuta dall’Antitrust in merito a quelle che l’associazione considera pratiche commerciali sleali. «Ci è stato risposto che i prezzi li fa il mercato e che, in pratica, i prodotti esteri più economici sono i benvenuti perché contribuiscono ad abbassare i prezzi al consumo», ha affermato.

Un settore strategico senza garanzie

Il rischio è che il grano venga progressivamente abbandonato a favore di colture ritenute più redditizie, o che siano proprio le aziende più piccole a non riuscire più a sostenere i costi. In questo scenario, la Pac non rappresenterebbe più un sostegno allo sviluppo, ma il fattore indispensabile per evitare che i conti finiscano definitivamente in rosso.

Per gli Agricoltori Autonomi Italiani, il futuro dell’agricoltura tradizionale non può dipendere soltanto dagli aiuti pubblici. Servono prezzi più equi all’origine, maggiore trasparenza nella filiera, misure contro le pratiche commerciali scorrette e interventi capaci di ridurre il peso dei costi energetici e burocratici.

Perché se produrre grano significa lavorare un’intera stagione per arrivare, nel migliore dei casi, a un guadagno di poche decine di euro per ettaro, la domanda diventa inevitabile: quanto potrà ancora resistere l’agricoltura alessandrina prima di decidere che non conviene più coltivare?


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