VIGNOLE BORBERA – La storia di Simone Dessì, 38 anni, oggi campione italiano di parapugilato, nasce tra le colline dell’Appennino alessandrino, in un paese di poco più di duemila abitanti. Una vita semplice, segnata dal lavoro fin da giovanissimo: manovale, muratore, pizzaiolo, poi operaio in fabbrica. Un’esistenza concreta, come tante, fino al 21 dicembre 2009.
Quel giorno segna una frattura netta. Due finestre da 150 chili ciascuna gli cadono addosso, colpendolo alla schiena. La diagnosi è drammatica: vertebre fratturate e midollo compromesso. Inizia un lungo percorso tra ospedali, interventi e riabilitazione, durato un anno e mezzo. All’inizio resta una speranza, quella di tornare a camminare. Ma con il tempo si affievolisce, fino a lasciare spazio alla consapevolezza di una nuova vita in carrozzina.
Il ritorno alla quotidianità non è semplice, soprattutto in un piccolo centro. La scelta di tornare a vivere da solo diventa una sfida personale. Arriva la patente speciale, un primo passo verso l’autonomia, ma anche il confronto con gli sguardi degli altri e con un disagio difficile da gestire. «Uscivo poco, mi dava fastidio. Poi ho provato a mettermi nei panni degli altri», racconta.
È un cambio di prospettiva decisivo. Lo sport diventa il primo strumento di riscatto. Simone si avvicina al tennistavolo paralimpico, arrivando fino a Torino e conquistando un campionato. Poi scopre la handbike: chilometri su chilometri, fino a 40 al giorno, da Vignole ad Alessandria. Un percorso che lo porta anche a incontrare Alex Zanardi, simbolo di determinazione e rinascita.
I risultati sportivi contano, ma fino a un certo punto. Poco prima della pandemia arriva infatti un nuovo momento difficile, più silenzioso: la depressione. «Non avevo più voglia di fare nulla, né di vedere nessuno», ricorda.
La svolta arriva quasi per caso, attraverso un video sui social: un pugile in carrozzina. È una scintilla. Simone inizia ad allenarsi in casa, improvvisando con quello che ha: un sacco artigianale, un pallone, una rete appesa al lampadario. Studia i movimenti, si allena davanti allo specchio, prova e riprova. «Mi è svanita l’ansia», dice.
Da quel momento prende forma un nuovo percorso. Arrivano un vero sacco da boxe, i primi video condivisi online, il contatto con altri appassionati, quindi la palestra e gli allenamenti strutturati. Nasce così, quasi spontaneamente, una disciplina ancora inesistente in Italia: il parapugilato.
La Federazione intercetta questo fermento, definisce un regolamento e istituisce un campionato nazionale. Tra i pionieri c’è proprio Simone Dessì. Determinante l’incontro con l’allenatore Eugenio Dragone: «Mi serviva qualcuno che credesse in me. Il feeling è stato immediato». Insieme costruiscono un percorso vincente: oggi Dessì è campione italiano, titolo difeso per quattro edizioni consecutive.
Ma la sfida più grande resta quella quotidiana. Le difficoltà negli spostamenti, le barriere ancora presenti sul territorio. «Per prendere un treno non posso farlo da Arquata, devo andare ad Alessandria. Ogni giorno è una sfida», sottolinea.
Proprio per questo Simone oggi gira l’Italia come ambassador, portando la sua testimonianza nelle scuole e negli eventi, parlando di sport, disabilità e inclusione. Non si definisce un eroe, ma un testimone.
La sua non è una favola, ma una storia reale, fatta di cadute, rabbia, isolamento e fatica. E di una scelta precisa: non arrendersi mai. Sul ring, come nella vita.
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