“Ce l’ho nel sangue”. Non è un modo di dire, non è uno slogan da spendere per una passione passeggera. Per gli abitanti della Fraschetta è una spietata, letterale realtà biologica. Nel sangue hanno i PFAS. E insieme ai PFAS, una rabbia che non si può più contenere.
Il prossimo 3 giugno, alle ore 9:30, le anime di questa terra ferita si ritroveranno in presidio davanti al Tribunale di Alessandria. L’occasione è l’udienza del processo per disastro ambientale a carico dei dirigenti dell’ex Solvay (oggi Syensqo). Ma la vera posta in gioco va ben oltre le aule di un tribunale: si parla del diritto a respirare, a bere, a vivere senza la condanna dell’avvelenamento sistematico.
Le istituzioni tacciono, il territorio si ammala
Mentre i comitati e i cittadini scendono in piazza per urlare la propria sete di verità, dai palazzi del potere si leva solo un silenzio imbarazzante. Governo, Regione Piemonte e Provincia di Alessandria – secondo Stop Solvay che promuove una drastica bonifica del polo chimico di Spinetta Marengo – si stanno rendendo complici di un’attesa infinita: non sono stati capaci di tutelare la salute pubblica, è l’accusa. Non sarebbero stati capaci di imporre limiti reali e invalicabili alle produzioni di un colosso industriale che ha cambiato nome, ma non le proprie abitudini.
Mentre la politica prende tempo, i veleni non aspettano: continuano a viaggiare nell’acqua, nell’aria e nella terra.
Il messaggio della piazza è chiaro e non ammette repliche:
“Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano!”
La dignità non ha un prezzo
Il tentativo, strisciante ma evidente, è sempre lo stesso: cercare di risolvere tutto con un risarcimento economico, una pacca sulla spalla monetaria per mettere a tacere i tumori, le patologie e la paura. Stop Solvay on si può fare un bonifico per ripulire il sangue dei figli della Fraschetta. Un bonifico anziché una bonifica, insomma.
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