Pedalare per sopravvivere: i rider e la ‘schiavitù’ della consegna anche ad Alessandria

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Sono circa un centinaio i riders ad Alessandria, li vediamo tutti i giorni sfrecciare per le strade a bordo delle loro biciclette elettriche con i contenitori per il cibo recanti il logo di multinazionali ormai tristemente famigerate per i loro contratti capestro quali Glovo o Deliveroo: stipendi- se così li si possono chiamare- da fame, che mediamente oscillano dai 2 ai 4 euro a consegna per una “reperibilità” che copre un orario lavorativo che può arrivare fino a 10-12 ore al giorno e monitoraggio costante degli spostamenti tramite gps.

Schiavi legali

Una condizione di vera e propria schiavitù legalizzata, tanto da arrivare persino alle nostre placide cronache nazionali a seguito delle mobilitazioni della categoria nelle principali città italiane avvenute qualche settimana fa.

Ma chi sono veramente questi riders? E come funziona il tritacarne in cui si vanno ad impelagare una volta assunti?

Innanzitutto va detto che in Alessandria (come nel resto d’Italia) si tratta soprattutto di cittadini pakistani, qualche tunisino, una manciata di italiani (5 o 6). “Persone purtroppo prive di qualsiasi coscienza sindacale”, osserva Silvia Robutti, Segretaria Generale di CGIL Alessandria, “difficile da unire in una efficace mobilitazione organizzata” proprio perchè non pienamente consapevoli dei diritti basilari dei lavoratori né delle tutele esistenti.

Vengono assunti a distanza tramite una app interna alle Aziende che operano sul territorio, dopo che hanno inviato dati personali, foto e documentazione che ne attesti la regolarità sul territorio; da quel momento in poi sono dentro al meccanismo frenetico delle consegne, le quali vengono monitorate dalla sede centrale e pagate istantaneamente coi due spiccioli che, se sommati, a fine giornata non superano i 20 o 30 euro.

Per le multinazionali del settore è la formula perfetta: tecnicamente è tutto legale, i costi sono ridicoli e il servizio efficace e capillare, il personale china la testa e pedala senza mai fare fronte comune per pretendere stipendi e condizioni più dignitosi. E in più, come dicevamo, vengono reclutati a distanza tramite il telefonino senza nessuna interazione umana.

Consegnare, consegnare, consegnare

Chi sgarra o è poco produttivo vede la sua app scomparire senza preavviso e arrivederci, buona fortuna. Un metodo brutale, orwelliano e distopico in cui il sogno neoliberista si è realizzato in tutto il suo disumano splendore ed ha trovato una formula micidiale per massimizzare i profitti senza avere poi tante grane- anzi nessuna: è tutto perfettamente a rigor di legge.

“Anche la mobilitazione del 14 marzo scorso purtroppo ha visto pochissimi partecipanti”, spiega sempre la Robutti, “noi stessi abbiamo serie difficoltà a ‘censire’ i lavoratori di questo settore perché si tratta di una forza lavoro poco coesa e molto dispersiva, se così vogliamo dire, la cui totalità ha anche serissime difficoltà con la lingua italiana”.

E i contratti? “Si tratta in certi casi di contratti di collaborazione para-subordinati, in altri di partite I.V.A. come lavoratori autonomi, formule adottate più che altro grazie al passaparola piuttosto che ad una conoscenza del nostro sistema lavorativo”.

Verrebbe da dire “beh ma almeno loro lavorano”, ed in parte è anche vero, perchè nel caso dei rider il ragionamento di chi vi aderisce dev’essere del tipo “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”, insomma meglio di niente…

Ma dall’altra parte è anche vero che sono proprio questi i meccanismi malati che portano al cosiddetto “bumping salariale”, ovvero l’abbassamento generale del costo del lavoro che prima o poi verrà a coinvolgere tutti, autoctoni e non. Anzi, sta già accadendo.

M.B.


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