Agricoltura piemontese (e non solo) sull’orlo del collasso: “Serve un tavolo di crisi subito”

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Il settore primario piemontese è ormai in piena emergenza e rischia di essere travolto da una crisi strutturale che sta colpendo contemporaneamente redditività, produzione, indebitamento e tenuta sociale delle aziende. Tradotto in poche parole: aziende che chiudono, famiglie rurali che si impoveriscono e campagne abbandonate. Con questi presupposti nessun giovane vorrà fare il lavoro dei nonni e dei padri, lasciando a latifondisti e industrie.

È questo l’allarme lanciato da Agricoltori Autonomi Italiani, ricevuti lo scorso 15 aprile in audizione dalla III Commissione del Consiglio regionale, con una richiesta netta e senza più margini di rinvio: l’apertura immediata di un tavolo di crisi per l’agricoltura.

La delegazione, composta dal presidente Gabriele Ponzano, dall’agricoltore-contoterzista Davide Bo, dall’agricoltore Piercarlo Sacco e dall’allevatrice Samanta Sonaglio, ha illustrato una situazione definita drammatica, inserita nel quadro più ampio del COAPI e aggravata da scelte politiche e normative che, secondo l’associazione, stanno schiacciando le imprese agricole italiane sotto il peso di costi insostenibili e mercati sempre più squilibrati.

Costi fuori controllo

Il punto più grave riguarda l’esplosione dei costi di produzione. Gasolio agricolo, fertilizzanti, energia, mangimi e spese di gestione continuano a crescere o restano su livelli incompatibili con i ricavi, mentre in molti comparti i prezzi riconosciuti agli agricoltori restano fermi o addirittura scendono sotto la soglia di sostenibilità. A questo si aggiunge una pressione crescente sul fronte normativo e burocratico, che aumenta gli oneri senza produrre un reale riequilibrio della filiera.

Secondo Agricoltori Autonomi Italiani, senza interventi straordinari il rischio è quello di una selezione brutale: sopravvivranno soltanto le aziende più strutturate, mentre il tessuto diffuso dell’agricoltura autonoma verrà progressivamente espulso dal mercato. Il risultato sarebbe devastante non solo per l’economia rurale, ma per l’intero presidio del territorio.

Vendite sottocosto e filiera distorta

Uno dei nodi più pesanti denunciati dall’associazione riguarda il permanere di vendite sotto i costi di produzione, un meccanismo che continua a comprimere i margini degli agricoltori e a trasferire valore verso gli anelli forti della catena commerciale. La richiesta è di rafforzare in modo deciso gli strumenti di regolazione, perché il mercato da solo, in questa fase, non sta garantendo alcun equilibrio.

La denuncia all’Antitrust contro le vendite sottocosto e la segnalazione alla Commissione europea sul quaderno di campagna elettronico rientrano in una strategia di contrasto più ampia, che l’associazione considera ormai indispensabile. Sullo sfondo, poi, pesa anche la diffida contro il trattato UE-Mercosur, visto come un ulteriore elemento di pressione su comparti già fragili.

Settori in sofferenza

La fotografia illustrata in commissione mostra una crisi trasversale che non risparmia quasi nessun comparto. Il cerealicolo vive una condizione cronica di prezzi inferiori ai costi di produzione, aggravata negli ultimi due anni da rese spesso inferiori alla media per effetto del clima. Il latte e il riso attraversano una fase acuta, con prezzi dimezzati in meno di un anno e costi in aumento.

In difficoltà anche la suinicoltura, schiacciata dal calo delle quotazioni e dalla paura costante della PSA, che continua a minacciare blocchi, restrizioni e deprezzamenti. La nocciola sconta gli effetti del clima e delle fitopatie, mentre una buona parte della viticoltura — soprattutto quella meno protetta dai marchi più forti — soffre per cantine piene e prezzi penalizzanti imposti dalla parte industriale.

L’ortofrutta, inoltre, resta esposta allo strapotere della GDO e a strumenti assicurativi sempre meno accessibili, mentre le colture industriali come il pomodoro reggono ancora, ma solo in apparenza: le importazioni e l’innalzamento dei parametri qualitativi stanno già erodendo i margini. Nel settore carni, infine, il buon momento dei prezzi rischia di trasformarsi in un boomerang, con molti allevatori tentati di macellare anche le vacche in produzione per paura di un crollo improvviso delle quotazioni o di nuovi blocchi sanitari.

Indebitamento e rischio desertificazione

Accanto alla crisi dei prezzi, pesa un indebitamento di sistema sempre più insostenibile. Molte aziende hanno investito negli anni in strutture, impianti e modernizzazione, ma quei capitali non stanno più trovando remunerazione né nei mercati né nelle condizioni ambientali, spesso rese più fragili da eventi estremi, siccità, gelate o danni da fauna selvatica.

Per questo Agricoltori Autonomi Italiani chiede non solo misure di sollievo, ma un vero intervento straordinario: moratoria, ristrutturazione e abbattimento del debito, oltre a azioni forti per contenere i costi di produzione e tutelare le imprese più esposte. Senza un’operazione di sistema, avvertono, il rischio è una desertificazione agricola progressiva, con conseguenze pesantissime anche per il consumo di suolo, la sicurezza alimentare e la difesa del paesaggio rurale.

L’appello alla Regione

La richiesta finale alla commissione è stata chiara: la Regione Piemonte e l’assessorato competente devono aprire subito il tavolo di crisi e portare la voce degli agricoltori autonomi fino al governo nazionale. L’obiettivo è ottenere misure straordinarie, anche in deroga ai vincoli del patto di stabilità, sulla scia di quanto già avvenuto per altri Paesi europei.

Il messaggio che arriva dal mondo agricolo è netto: non si tratta più di affrontare difficoltà con piccoli correttivi, ma di riconoscere una crisi profonda e sistemica. E senza una risposta immediata, l’agricoltura piemontese rischia di pagare il prezzo più alto.


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