Quando assegnarono il Nobel a Bob Dylan, molti intellettuali insorsero — anche da noi, Baricco in testa — per lesa maestà alla letteratura con la L maiuscola: come si permettono di premiare un cantautore? Che c’entra con la letteratura uno che nella vita si occupa di avvitare quattro parole sopra motivetti folk strimpellati alla chitarra?
Invece Dylan modella la parola in bocca, usa i fonemi come flash fotografici nel buio, facendo apparire immagini dal nulla.
La potenza della parola di Dylan passa attraverso la sua voce, la voce dell’uomo qualunque, perché quella parola è mito, rito, religione, arte magica.
I grandi scrittori hanno una lingua. Dylan ha un Verbo.
Quando lo ascolti vedi la forma della sua voce, i periodi che si accoppiano come passi di tango; vedi la polvere del Nevada alzarsi dietro gli scarichi dei furgoni; senti l’odore degli stivali di pelle che calpestano il deserto del Texas e i campi di grano del Montana.
Misuri la vastità terribile dell’America, il suo infinito: l’Eden e l’abisso in una sola pagina.
Come in Steinbeck.
Come in Cormac McCarthy.
Perché Bob Dylan, con buona pace di Baricco, è un grandissimo scrittore: non spiega, rivela.
Enrica GARDIOL
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