
Un ospedale di Lanu’s, trenta ottobre millenovecentosessanta.
Un pianto neonatale che già confondeva le traiettorie dell’aria.
Il genio non ha nulla a che vedere con il talento, che è una faccenda noiosa per impiegati del gesto.
Il genio è una deviazione geometrica.
Una sproporzione.
È la pretesa, del tutto irrazionale, di convincere un oggetto di cuoio ad ignorare la fisica per novanta minuti più recupero.
Quando Diego è apparso a Napoli, la città non stava aspettando un salvatore; stava semplicemente cercando un alibi per la propria meraviglia.
Lo ha trovato in un tarchiato argentino dal baricentro basso, capace di trasformare un campo da gioco nell’equivalente della Cappella di Sansevero: un luogo dove il marmo sembra velo ed il pallone smette di essere pesante.
Non c’era santità nel suo gioco , ma la grazia di una mano invisibile, una esattezza crudele e bellissima. Il sinistro non calciava: creava spigoli invisibili e disegnava ellissi che costringevano ventidue uomini e sessantamila spettatori a dubitare delle proprie certezze empiriche.
In questi giorni compierebbe gli anni, ma i compleanni dei miti sono un malinteso della burocrazia.
I miti non compiono anni; si fanno leggenda viva nell’inconscio collettivo.
Non c’era poesia consolante nelle sue giocate, ma solo pura, dolorosa bellezza.
L’arte in fondo è sempre una forma di scostamento.
Diego Armando Maradona ha passato sessant’anni a ricordare al mondo che la vita non si misura in linee rette, ma nell’infinita bellezza delle sue curve.
Enrica GARDIOL
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