Finalmente qualcosa si muove allo stabilimento di Spinetta Marengo: Syensqo, ex Solvay, ha annunciato la cessazione della produzione di C6O4, in anticipo rispetto alla scadenza del 31 dicembre fissata nell’iter di rinnovo dell’AIA. Bene. Ma nessuno faccia la processione del trionfo: questo risultato non è arrivato grazie ai partiti che si alternano in Comune, in Provincia e in Regione praticamente ogni cinque anni. È arrivato perché cittadini, comitati, associazioni e analisi indipendenti hanno tenuto acceso per anni un fuoco che la politica non è riuscita a fare.
La paura del posto di lavoro come alibi
Per decenni la parola d’ordine è stata una sola: “non si può chiudere, ci sono i posti di lavoro”. Un argomento serio, in astratto. In pratica, però, è diventato l’alibi perfetto per non affrontare mai il nodo: un impianto che per generazioni ha dato lavoro a tanti alessandrini e spinettesi, e proprio per questo ha potuto presentarsi al territorio come una presenza inevitabile, quasi una protezione.
La storia industriale del sito racconta una contrazione occupazionale lunga e continua: da 1.612 addetti nel 1976 a 1.094 nel 1983, con una forza lavoro progressivamente ridotta e trasformata. Eppure il ricatto occupazionale è rimasto intatto: chi sollevava dubbi sulla sicurezza, sulle emissioni, sulle falde e sulla salute veniva trattato come un nemico dell’economia locale. Non come un cittadino che chiedeva risposte.
La Pulce l’aveva scritto prima
Qui sta la parte più amara della vicenda. L’unico giornale locale che, già quindici anni fa, aveva avuto il coraggio di chiedere apertamente la chiusura dell’Ausimont-Solvay è stato La Pulce nell’Orecchio. Mentre altri guardavano altrove, o si limitavano a riportare i comunicati aziendali, quella testata aveva messo sul tavolo una domanda scomoda: fino a quando un territorio deve pagare il prezzo della presenza di una multinazionale?
Oggi quella domanda non sembra più estremista. Oggi si parla di PFAS, di contaminazione, di bonifiche, di salute pubblica e di responsabilità industriali. Ma occorre dire le cose come stanno: se La Pulce la pensava così quindici anni fa, allora sono quindici anni di ritardo, di silenzio istituzionale e di priorità sbagliate.
I comitati hanno scoperchiato
Il merito principale di questa svolta va al Comitato Stop Solvay e a chi, con proteste, presidi, studi e denunce, ha impedito che la questione finisse nel dimenticatoio. Il comitato stesso rivendica il risultato, ma senza trionfalismi: ricorda che sono stati persi tanti anni e che il problema della contaminazione accumulata resta.
Non si tratta di un dettaglio. Le analisi indipendenti e le indagini giornalistiche hanno reso pubblico ciò che le istituzioni avrebbero dovuto verificare con maggiore tempestività: emissioni, rilievi nelle acque, esposizioni dei residenti, criticità nelle bonifiche. Reportage e ricerche hanno documentato un’esposizione dei residenti di Spinetta al PFOA tra cinque e dieci volte superiore a quella dei vicini di Alessandria, mentre la giustizia italiana aveva già condannato Solvay nel 2019 per non aver contenuto o ridotto l’inquinamento delle falde.
La politica non si intesti nulla
Ora, però, arrivano le foto, i comunicati e le dichiarazioni di soddisfazione. Che nessuno si faccia prendere dalla tentazione di intestarsi una vittoria che non ha costruito. I partiti hanno nicchiato, rinvitato, nascosto la testa sotto la sabbia del “bilancio occupazionale”, ogni volta che serviva prendere una decisione chiara.
Il traguardo è solo il primo
Lo stop al C6O4 è un passo importante, ma non è la fine della storia. Quella produzione cesserà, tuttavia resteranno quantità residue di C6O4 già presenti nel sito, pari a circa l’1% del volume dei prodotti finiti, per le quali l’azienda dice che non esiste ancora una soluzione tecnologica alternativa. E il Comitato Stop Solvay continua a chiedere l’interruzione di tutti i PFAS e una bonifica integrale, dentro e fuori dallo stabilimento.
Quindi sì, riconosciamo il primo traguardo. Ma senza retorica. La vera prova sarà la bonifica reale, la tutela sanitaria di chi ha vissuto e lavorato accanto allo stabilimento, la responsabilità dell’impresa e l’abbandono definitivo della logica per cui il posto di lavoro giustifica qualsiasi costo ambientale e umano.
La politica, questa volta, faccia una cosa sola: taccia, ascolti e agisca. Perché il merito di aver riportato la verità in piazza non è suo.
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