Mentre l’export del distretto segna record storici, la crisi morde le piccole imprese.
Due Valenza, due destini
A Valenza, capitale italiana dell’oreficeria di lusso, si consuma un paradosso che divide il comparto in due mondi sempre più distanti. Da un lato i grandi marchi – Bulgari, Cartier, Damiani e altri player internazionali – che hanno trasformato il territorio in un hub produttivo globale e oggi navigano in acque tranquille. Dall’altro le centinaia di piccole e medie imprese artigiane, quelle che per decenni hanno lavorato come contoterzisti per i colossi del lusso e che oggi si trovano in affanno, con ordini in calo, cassa integrazione e il timore concreto di essere fagocitate o costrette a chiudere.
Secondo i dati più recenti, il 2025 si è chiuso per il distretto valenzano con un export da record: 2,298 miliardi di euro, un +27,3% rispetto al 2024, che copre il 17,6% dell’intero export orafo italiano nel mondo. Nel primo trimestre 2026 la crescita è proseguita con +56% in valore, 647 milioni di euro esportati. Numeri da capogiro, che raccontano una Valenza capace di intercettare la domanda di gioielleria alta da Stati Uniti, Svizzera, Emirati Arabi e Hong Kong.
Ma dietro queste cifre trionfali si nasconde una realtà molto più complessa e fragile.
La crisi delle piccole imprese: ordini in calo, export debole nel primo trimestre 2025
Mentre i grandi gruppi consolidano la loro posizione, le piccole e medie imprese del distretto vivono una crisi profonda. Secondo la Cna locale, a fine 2024 erano 2.357 i lavoratori in cassa integrazione alle dipendenze di aziende contoterziste, per lo più di piccole dimensioni (meno di dieci addetti, circa l’80% del totale imprese). La situazione è esplosa nell’estate 2024 e ha raggiunto il picco a dicembre, con un quarto delle imprese artigiane del distretto che ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali.
Le cause sono molteplici: aumento dei costi delle materie prime (l’oro ha toccato massimi storici), frenata del mercato cinese, conflitti geopolitici, difficoltà di accesso al credito. Ma c’è anche un cambiamento strutturale del modello industriale: i grandi marchi, dopo anni di esternalizzazione, stanno internalizzando parte della produzione e della formazione (scuole interne, Bulgari docet) o selezionando pochi partner strategici, lasciando fuori dalla catena del valore centinaia di laboratori storici.
Il sindacalista Cisl Marco Dalla Chiesa (segretario Cisl Alessandria-Asti) conferma una narrazione diversa da quella degli imprenditori: «La sofferenza delle medie e piccole imprese è reale. C’è una flessione degli ordini, un calo dell’export nel primo trimestre 2025 che i dati aggregati non raccontano. I grandi marchi vanno bene perché hanno reti commerciali globali e margini alti. Le piccole aziende, quelle che fanno i piccoli lavori, le riparazioni, le produzioni su misura, sono in affanno. E rischiano di scomparire
L’accordo con i sindacati: assunzioni e sgravi, ma quanto basta?
Di fronte a questa crisi, a dicembre 2024 è stato sottoscritto l’Accordo di Rete Solidale per il Distretto Orafo di Valenza, firmato da Confindustria Alessandria (Sezione Orafa Argentiera), Confartigianato, CNA Orafi, FIOM CGIL, FIM CISL, UILM UIL e Fondazione Mani Intelligenti
L’intesa punta su tre assi strategici:
- Formazione come strumento di sviluppo e riqualificazione professionale.
- Tutela occupazionale e potenziamento degli ammortizzatori sociali come «paracadute » per le realtà piccole e medie.
- Sostegno alle imprese attraverso agevolazioni fiscali, accesso al credito e fondi europei e regionali
Tra le misure concrete, il Fondo Formazione Occupazione da 20 milioni di euro, che prevede un’integrazione salariale per i lavoratori in cassa integrazione, purché accedano a percorsi di riqualificazione professionale (fino a 600 ore per il primo ciclo). Sono state annunciate anche agevolazioni sul pagamento della Tari e sulla possibilità di adesione ai nidi comunali per i lavoratori delle imprese orafe in difficoltà.
Ma i sindacati chiedono di più: «Servono paracaduti veri, non solo formazione. E servono incentivi alle assunzioni che non siano solo per i giovani »
Stipendi bassi: 1.400 euro netti, 2.000 per gli esperti (ma quanti?)
Un altro nodo cruciale è quello retributivo. Secondo il CCNL orafi, uno stipendio base si attesta intorno ai 1.400 euro netti al mese. Un lavoratore esperto può arrivare anche a 2.000 euro netti, come conferma Dalla Chiesa. Ma quanti sono questi “esperti”? E soprattutto: quando ci arrivano?
La realtà è che le aziende, soprattutto quelle più grandi, preferiscono assumere giovani, spesso neolaureati degli ITS (Istituti Tecnologici Superiori) o diplomati degli istituti orafi, perché costano meno e sono più “plasmabili” sulle tecniche di produzione che interessa. Gli artigiani con 30 anni di esperienza, quelli che sanno lavorare a mano, che conoscono ogni tecnica, ogni lega, ogni finitura, sono sempre più pochi e sempre meno richiesti.
Le aziende preferiscono i giovani perché costano meno e perché il mercato – oggi – chiede velocità. La qualità artigianale fa la differenza, d’accordo, ma anche nel gioiello la tecnologia sta via via soppiantando l’intelligenza manuale.
Il rinnovo del CCNL orafi, scaduto da anni, è ancora in alto mare. Nel 2021, i sindacati avevano organizzato un presidio a Valenza per chiedere aumenti salariali, giudicando irricevibile la proposta di Federorafi di un incremento di 77 euro da distribuire in tre anni. Oggi, con l’inflazione alle stelle e il costo della vita in aumento, quella richiesta appare ancora più attuale.
Il futuro: una Valenza a due velocità?
Il rischio, concreto, è che Valenza si trasformi in un distretto a due velocità: da un lato i grandi marchi, con fatturati record, reti commerciali globali e margini con i riflettori puntati addosso e con il made in Valenza da sfoggiare; dall’altro le piccole imprese, sempre più marginali, costrette a lavorare per pochi clienti o a chiudere. Il rischio è che Valenza perda la sua anima, già che i capitali delle multinazionali, volano già altrove.
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