Quella documentata oggi al Parco Italia di Alessandria non è una situazione eccezionale. È l’ennesima tenda comparsa in uno spazio pubblico, utilizzata come riparo da una persona che vive stabilmente in condizioni di grave marginalità. Un’immagine che racconta il fallimento di politiche che, negli ultimi decenni, hanno consentito un’immigrazione di massa, ed incontrollata non curandosi di costruire un vero percorso di integrazione.
Per anni abbiamo visto favorire l’ arrivo di migliaia di persone mentre la politica parlava di accoglienza. Ma l’accoglienza non può limitarsi a far entrare qualcuno: significa garantirgli una casa, un lavoro, regole chiare e soprattutto controlli efficaci. Tutto questo, secondo noi, è mancato.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: persone che vivono nei parchi, sotto i ponti o in edifici abbandonati, degrado urbano crescente e cittadini che si sentono sempre più insicuri e abbandonati.
Ormai è certo che attorno all’immigrazione si sia sviluppato un sistema che ha favorito gli interessi di una parte della politica, di alcune cooperative e di chi aveva bisogno di manodopera a basso costo. Nel frattempo, il conto è rimasto ai cittadini, che vedono diminuire sicurezza, decoro e servizi.
La domanda è semplice: quante delle persone che oggi vivono in queste condizioni hanno realmente diritto a rimanere in Italia? Quanti controlli vengono effettuati? E perché chi non possiede i requisiti previsti dalla legge o commette reati non viene allontanato con maggiore rapidità?
Non è razzismo porsi queste domande. È pretendere che uno Stato faccia lo Stato. Perché lasciare migliaia di persone nell’illegalità o nell’abbandono non è un atto di umanità: è il fallimento di un sistema che ha scaricato le conseguenze sui cittadini e, allo stesso tempo, ha condannato molti immigrati a una vita senza prospettive.
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