Percorrere l’A26 da Alessandria verso il mare, soprattutto in estate ma ormai durante tutto l’anno, significa affrontare una vera Via Crucis. Cantieri senza fine, restringimenti di carreggiata, code chilometriche e tempi di percorrenza imprevedibili sono diventati la normalità.
Eppure gli automobilisti continuano a pagare uno dei pedaggi più cari d’Italia, aggravato dagli aumenti autorizzati dal Ministero delle Infrastrutture. Si paga come per un’autostrada efficiente, ma si viaggia come su una strada perennemente in emergenza.
Le responsabilità di questa situazione hanno radici precise. Dopo il crollo del ponte Morandi, le ispezioni straordinarie hanno fatto emergere anni di manutenzione insufficiente sulla rete di Autostrade per l’Italia, allora controllata da Atlantia, società della quale la famiglia Benetton era il principale azionista. Una gestione che ha lasciato in eredità infrastrutture da mettere in sicurezza e una montagna di lavori che ancora oggi ricade sulle spalle degli utenti.
La sicurezza viene prima di tutto e nessuno mette in discussione la necessità degli interventi. Ma è inaccettabile che, a pagare il prezzo di errori e omissioni del passato, siano ancora una volta gli automobilisti, costretti a perdere tempo, carburante e pazienza, senza alcuno sconto sui pedaggi e senza un servizio all’altezza di quanto versano.
Chi percorre l’A26 ha il diritto di pretendere un’autostrada sicura, ma anche moderna, scorrevole ed efficiente. Continuare a chiedere tariffe elevate offrendo un percorso costellato di cantieri è una situazione che non può più essere considerata normale.

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