Alla notizia che la Provincia di Alessandria abbia chiesto di anticipare sostanzialmente la caccia al piccione (piano di controllo numerico, lo chiamano) perché le attività agricole sono anticipate rispetto al passato, alcuni gruppi animalisti hanno protestato per la pratica ancora attiva dell’eliminazione fisica dei colombi di città che – anticipo o no – può avvenire da ottobre a dicembre.
“Contestiamo l’idea che nel 2026 le istituzioni ricorrano ancora a questi metodi cruenti, sparando e uccidendo”, dice Agire Ora.
“I piccioni selvatici discendono tutti dai piccioni domestici, che sono sfuggiti alla cattività o sono stati liberati nel corso dei secoli. Alla fine non è colpa loro se si sono moltiplicati e cercano di sopravvivere. Non andavano né allevati né abbandonati”.
Il senso del discorso è anche numerico: gli uccelli impallinati vengono sostituiti da altri forestieri o da nuove nidiate, procedere con gli abbattimenti è brutale e non risolve il problema, sostengono. “In questo modo il problema viene solo posticipato, ma mai risolto, richiedendo periodicamente nuovi piani quinquennali a non finire”.

Il commento finale: “Regioni e Province si impegnino a risarcire direttamente e in tempi rapidi gli agricoltori per i danni causati dalla fauna selvatica, senza attendere tempi epocali, mettendo in conto che una parte di raccolto andrà comunque perso, e contestualmente promuovano l’installazione di colombaie dove sostituire periodicamente le uova con altre finte, collocate su appositi terreni decentrati da individuare, il cui raccolto sia destinato a essere perso “a prescindere”. Questa è la strada per un contenimento efficace, duraturo e rispettoso degli animali. Se la nostra specie sfrutta da sempre la natura, il minimo che una società civile può fare è restituirle qualcosa”.
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