Ad Alessandria il dibattito sul degrado urbano è più che mai acceso. Ci lamentiamo del marciapiede sporco, della spazzatura fuori dai cassonetti, della mancanza di civiltà. Puntiamo il dito, sempre e comunque, verso il “fuori”. Eppure, c’è una verità scomoda che troppo spesso facciamo finta di non vedere: il decoro non è un dovere astratto che spetta solo al Comune o ai passanti. È una responsabilità collettiva. E lo è, a maggior ragione, per chi con lo spazio pubblico ci lavora e produce profitto.
Divertirsi, vivere la notte e animare le piazze della nostra città è un diritto, oltre che un valore per l’economia locale. Ma “vivere la notte” non può e non deve diventare il passaporto per l’anarchia ecologica e visiva.
A testimoniarlo ci sono immagini eloquenti di una lettrice di una situazione che si ripete nel tempo con fin troppa frequenza all’orario di chiusura. Fotografie che non lasciano spazio a interpretazioni: sedie e tavolini accatastati alla rinfusa sul suolo pubblico e, intorno, sporcizia post-movida. Bicchieri di plastica che rotolano nel vento, tovagliolini usati appiccicati al pavé, bottiglie e rifiuti abbandonati a terra. Un tappeto di sporcizia lasciato in eredità alla città fino al mattino successivo.
Quando si sposta lo sguardo sulle piattaforme social. un gestori di una di queste attività è solito vestire i panni del paladino della giustizia urbana, vantandosi pubblicamente di aver “ripulito la piazza dalla gentaglia” (citazione testuale).
Cacciare gentaglia va bene, ma applicare lo stesso rigore alle proprie azioni quotidiane (esempio, ripulire per bene dopo una serata)?.
Altrimenti il ‘decoro’ resta solo slogan da usare sui social o in campagna elettorale (che si avvicina) per raccogliere qualche “mi piace” o per fare politica spicciola sulla pelle degli ultimi. Il decoro è un fatto di civiltà quotidiana.
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