Ieri pomeriggio Alessandria era sotto un temporale violento. Pioggia, vento, il cielo scuro. E proprio davanti alla mia finestra, sotto i miei occhi, è crollato il grande faggio che da anni faceva parte del paesaggio di casa mia, nel giardino intorno al laghetto delle tartarughe, in Corso 4 Novembre.
L’ho visto cadere e ancora faccio fatica a pensare a quel vuoto.
Era una presenza alla quale ero abituata. Una presenza silenziosa, che cambiava con le stagioni ma che ritrovavo sempre, primavera dopo primavera, estate dopo estate. Gli alberi hanno questo modo particolare di accompagnarci: non chiedono attenzione, semplicemente ci sono.
Adesso non c’è più.
Ma la cosa che mi ha colpita più della caduta è stata quello che è successo subito dopo. Nel pieno della pioggia e del vento, sopra i rami spezzati, continuavano a volare decine di uccelli. Andavano avanti e indietro, disorientati. Sembravano cercare qualcosa che non trovavano più.
La loro casa.
È questa l’immagine che non riesco a togliermi dalla testa.
Ho pensato a quel faggio cresciuto per anni in silenzio, diventato grande senza che quasi ce ne accorgessimo. Ha dato ombra, riparo, ossigeno. Ha fatto parte della vita di tanti esseri viventi e, per me, anche di quella quotidiana, semplicemente affacciandomi alla finestra.
Ora resta un tronco a terra e resta quel vuoto che prima non c’era.
Forse tra qualche tempo mi abituerò a non vederlo. Il tempo rende più sfumati anche i ricordi. Ma credo che, ogni volta che guarderò fuori dalla finestra, continuerò per un po’ a cercarlo.
E forse penserò a quegli uccelli che, quella sera, continuavano a volare intorno a ciò che fino a poche ore prima era la loro casa.
Enrica Gardiol
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