C’era una volta Alessandria, e c’erano i bagni pubblici. Sì, proprio loro: piccoli presìdi di civiltà urbana, magari non sempre profumati di lavanda, ma solidi, presenti, affidabili. Un’istituzione silenziosa che garantiva dignità nei momenti più urgenti.
Erano lì, discreti ma fondamentali. Li trovavi nei giardini, vicino alle piazze, nei punti strategici della città. Non servivano app, mappe digitali o ricerche disperate su Google: bastava sapere dov’erano. E funzionavano. Più o meno, certo. Ma funzionavano.
Oggi invece Alessandria sembra aver imboccato una nuova, curiosa forma di “urbanistica liquida”. I bagni pubblici sono diventati un ricordo, un reperto archeologico urbano (quelli di piazza della Libertà di fronte al Palazzo Rosso sono stati interrati quindici anni fa), e al loro posto è comparsa una soluzione fai-da-te, diffusa e sorprendentemente disinvolta: il centro storico (foto di piazza Garibaldi) come toilette a cielo aperto.
Il paradosso è tutto qui. Da una parte si parla di decoro, di rilancio del centro, di turismo. Dall’altra, manca il più elementare dei servizi. Perché, al netto delle campagne e dei buoni propositi, resta una verità semplice: quando serve, serve. E se non c’è un posto dove andare, la città diventa il posto.
Viene quasi da rimpiangere quelle vecchie strutture, magari un po’ malandate, con le ‘turche’ che per usarle bisognava farsi il segno della croce. Almeno offrivano una soluzione, un’alternativa, un minimo di civiltà condivisa.
Oggi invece il rischio è di trasformare l’emergenza fisiologica in abitudine urbana. E allora sì, forse vale la pena dirlo con un sorriso amaro: ridateci i bagni pubblici. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza.
Perché il progresso, a volte, dovrebbe partire dalle basi. Anche le più… urgenti.
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