Bambini nel mirino: quando l’ideologia scavalca l’infanzia e si fa chiamare educazione

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Alessandria si è svegliata tappezzata di manifesti colorati che parlano di “crescere senza stereotipi”: un titolo rassicurante dietro cui si nasconde un calendario fitto di incontri che, da gennaio a maggio, promette di accompagnare i più piccoli in un percorso definito educativo ma che solleva interrogativi pesanti come macigni.
Perché qui non si tratta di un confronto tra adulti consapevoli, bensì di iniziative che puntano dritte all’infanzia, anzi alla primissima infanzia, con laboratori sul corpo, sull’esplorazione di sé, sul consenso, sulla sessualità, rivolti persino a bambini di due anni.
E a quel punto la domanda non è più se ciascuno sia libero di esprimere la propria visione del mondo in un Paese democratico, libertà sacrosanta e indiscutibile, ma perché questa visione debba essere inoculata a chi non ha alcuno strumento critico per comprenderla, valutarla o rifiutarla; perché l’educazione sesso-affettiva venga dichiarata apertamente “questione politica” e poi somministrata come un gioco, un teatro, una lettura animata; usando persino forzature linguistiche che violentano la lingua italiana in nome di una presunta inclusività.

Come se il problema fosse una lettera e non il contenuto, come se parlare di identità, corpo e desiderio a bambini che stanno ancora imparando a leggere fosse un atto neutro e non una scelta ideologica precisa.
Qui non siamo di fronte a dibattiti, non a scambi di idee, non a conferenze per adulti, ma a un tentativo sistematico di indirizzare, plasmare, orientare.

E viene spontaneo chiedersi perché questi incontri non si tengano nelle sale conferenze per un pubblico maturo, perché non si propongano a chi può ascoltare, dissentire, replicare; perché la risposta, scomoda ma evidente, è che il bambino è indifeso, è terreno vergine, è il destinatario perfetto di un messaggio che non chiede consenso informato ma adesione emotiva.

E allora il confine tra educazione e indottrinamento diventa pericolosamente sottile, fino a scomparire, trasformando parole come inclusione e libertà in slogan e lasciando sullo sfondo una domanda inquietante: davvero, per costruire una società migliore, è necessario passare dai corpi e dalle menti dei più piccoli, o siamo di fronte all’ennesima dimostrazione che, quando l’ideologia perde il confronto tra adulti, cerca rifugio nelle aule dei bambini?

Vanni CENETTA


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