Quando l’export diventa una lotteria: la rabbia di chi resiste senza rete

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C’è un’Italia che non si vede nei talk show né nei tweet dei politici. È l’Italia dell’export, quella che tiene in piedi il Pil tra dogane bloccate e embarghi assurdi. È anche l’Italia di Claudio Poggio, alessandrino classe ’74, manager giramondo passato dalla Acerbi di Castelnuovo Scrivia alla Santi srl di Brescia. Cisterne semirimorchi “made in Italy” che nel mondo fanno gola, ma che oggi rischiano di restare ferme nei piazzali.

“Quando non è un virus mortale è una guerra, quando non è una guerra è un’alluvione o un embargo,” racconta Poggio. Una sintesi perfetta di cosa significhi oggi fare commercio internazionale: una corsa a ostacoli dove a ogni stagione c’è una nuova crisi che decide chi ce la farà e chi no.

Il suo mercato di riferimento? L’area EMEA, cioè Europa, Medio Oriente e Africa: le zone “calde” per definizione. “Metà del nostro mercato è complicato,” dice con eufemismo. Navi ferme da due mesi a Marsiglia, porti marocchini chiusi per l’innalzamento del livello dell’oceano, contratti bloccati a Dubai e in Bahrein. E intanto i costi salgono e i clienti, anche quando vorrebbero comprare a tutti i costi, non possono ordinare nuove cisterne.

Poi c’è la piaga dell’embargo russo. Nel 2022, appena usciti dal tunnel pandemico, il mondo ha chiuso un altro mercato chiave: quello russo. “Ci siamo trovati con 80 forniture all’anno cancellate da un giorno all’altro,” spiega. Ottanta cisterne in meno, da 75 mila euro l’una. Nessun ristoro da parte delle istituzioni governative che di fatto hanno fatto spallucce e detto loro di arrangiarsi, nessun piano B. Solo tanta burocrazia e una pacca sulla spalla.

Ecco l’amaro paradosso: la politica che chiude i mercati è la stessa che predica ‘internazionalizzazione’ alle imprese. Ma quando i rischi diventano insostenibili, quando gli ordini vengono bruciati da decisioni geopolitiche prese a migliaia di chilometri, quella stessa politica scompare. Il messaggio è sempre lo stesso: fate da soli.

Intanto, Pechino ringrazia. Il settore automotive russo (auto, mezzi da lavoro, camion) — “uno dei più grandi d’Europa” ricorda Poggio — è finito direttamente nelle mani dei cinesi, mentre le aziende italiane perdono quote e lavoro. Aumenti del 30% su materiali e trasporti hanno bruciato ogni margine. Rispetto al 2019, “anno normale” ormai da museo, il bilancio è semplice: meno clienti, meno fatturato, più incertezze.

La storia di Claudio Poggio non è qualcosa di eccezionale: è il volto di un Paese che pretende dai suoi export manager di sfidare tempeste globali a mani nude.

Si parla di “resilienza”, con la leggerezza di chi guarda dall’alto. Ma resta una domanda che nessuno osa più porre: quanto ancora si può chiedere alle imprese di resistere, prima che smettano semplicemente di provarci?


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