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Mentre i missili strisciostellatididavid sostengono il femminismo iraniano ammazzando 80 bambine, mentre i campioni della libertà occidentale inneggiano all’assassino di Khamenei, dimenticandosi di com’è finita in Iraq e in Libia e giocando con il fuoco (immaginiamo gli inglesi che uccidono il Papa nel contesto geopolitico del Settecento), mentre la terza guerra mondiale a puntate si arricchisce di trame sempre più nere, rischiando di passare dall’appuntamento seriale al kolossal apocalittico, nel nostro piccolo stivaletto d’Europa lo scandalo del momento è un musicante popolano che — vedi tu che bizzarria! — vince una gara di canzoni popolari.

Brutte tutte, tra l’altro, come non mai quest’anno, ma da giorni si leggono cose turche: che questa canzone sia il degno specchio dell’attuale sfascio culturale italiano, che con la sua caciara da festa neomelodica ci farà fare figure provinciali all’Eurovision, che è il trionfo della retorica familista nell’Italia meloniana, anzi di più: del maschilismo tossico connaturato alla pretesa di esclusività matrimoniale.

Si parla di vecchiume, addirittura arretratezza, tutto questo in un Paese dove Saviano e Chiara Valerio hanno rimpiazzato Sciascia e Natalia Ginzburg. Come se fosse Sal Da Vinci, adesso, il responsabile della mediocrità regnante negli ultimi trent’anni di premi Strega, cataloghi Einaudi e ozpeteccate al cinema.

Il suo exploit sanremese, più che una rivalsa, è il coronamento di una gavetta precoce iniziata già in tenera età e durata una vita intera, come in un adattamento mediterraneo di Dickens.

Conquistare il successo rimanendo radicati al proprio humus popolare di partenza, anche negli aspetti più grossolani, è una colpa che parrucconi, dotti e sapienti quasi mai perdonano. Ricorda il malcelato fastidio che il gigante d’avorio Umberto Eco provava verso il successo di Mike Bongiorno: disprezzo per l’uomo comune e per i meccanismi mimetici che un altro gigante, ma di carne e sangue stavolta, René Girard, considerava invece fondamentali. Due anni prima Luciano Biancardi anticipava il grande accademico con la zampata dello scrittore: un elogio di Mike e non una fenomenologia, ironia e non spocchia, partecipazione e non distacco aristocratico.

Certo se avesse vinto la lagna bimbo-punk delle Bambole di Pezza, la canzone sarebbe rimasta orrenda, ma almeno avrebbe portato il gancio per il sermone femminista. Certo se avesse vinto l’amorfa filastrocca di Sayf, la canzone sarebbe stata brutta uguale, ma almeno avremmo potuto alzare il dito medio contro Vannacci.

Sal Da Vinci, invece, ci ha rifilato un bel grattacapo: ora andrà a rappresentare la musica italiana a Vienna.

Come faremo a sopportare la vergogna quando dovrà confrontarsi con il Tom Waits estone che implora catatonico un espresso decaffeinato macchiato o con lo Scott Walker svizzero che gorgheggia canti svenevoli vestito da struzzo glitterato?

Enrica GARDIOL


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