L’allarme degli agricoltori autonomi non è più un segnale da ignorare: è un atto d’accusa frontale contro un sistema che sta spingendo l’agricoltura italiana verso il baratro. Dopo mesi di proteste con i trattori in strada, da Milano a Strasburgo, da Roma a Bormio, chi lavora la terra ha smesso di chiedere «aiuti» ed è passato a chiamare le cose con il loro nome: speculazione, abbandono politico, demolizione sistematica di un settore strategico.
I numeri sono impietosi. Su 100 euro spesi da un cittadino al supermercato, all’agricoltore arrivano appena 7 euro, mentre il resto viene divorato da grande distribuzione e industria di trasformazione, che scaricano sui produttori tutti i rischi e trattengono i margini. È una forbice che non è più una distorsione, ma un vero esproprio del reddito agricolo, che condanna al fallimento migliaia di aziende e svuota interi territori.
Intanto si riempiono i convegni di parole su “transizione verde” e “autonomia energetica”, ma l’Italia continua a importare proprio quello che un tempo produceva in abbondanza: grano, carne, zucchero. Mentre i campi vengono lasciati all’incertezza, sono le borse e i tavoli diplomatici a decidere cosa mangeremo e a quali condizioni.
L’ennesima prova è arrivata all’inizio di marzo: in tre giorni il gasolio agricolo è schizzato da 0,818 a 1,167 euro al litro, un rincaro del 42,6% che non ha alcun rapporto con gli aumenti del carburante alla pompa. Una fiammata attribuita alle tensioni in Medio Oriente, ma che nei fatti si traduce in una maxi–stangata su chi deve accendere il trattore per continuare a produrre cibo. Stessa dinamica per i concimi: prezzi alle stelle, forniture contingentate, e la solita giustificazione di “mercati nervosi” che nasconde una spirale speculativa.
Gli agricoltori non sono rimasti a guardare: hanno depositato un esposto all’Antitrust e al Ministero dell’Agricoltura, allegando fatture e documenti che dimostrano come gli aumenti sul gasolio agricolo siano sproporzionati rispetto all’andamento del diesel per autotrazione. Ma sanno già che la risposta istituzionale arriverà, se mai arriverà, con il solito ritardo: tavoli tecnici, promesse, crediti d’imposta che chiedono alle aziende di anticipare soldi che non hanno più.
Nel frattempo, a Bruxelles si discute dell’accordo UE–Mercosur, che il mondo agricolo definisce senza giri di parole “la pietra tombale” dell’agricoltura europea: più importazioni da Paesi dove si producono a costi più bassi anche grazie a regole ambientali e sanitarie meno stringenti, più concorrenza sleale per chi in Italia deve rispettare standard sempre più severi. In nome del libero commercio, si accetta di svendere chi garantisce la sicurezza alimentare interna.
Gli agricoltori lo dicono chiaramente: se questa tempesta di costi e vincoli continuerà, saranno costretti a ridurre le lavorazioni, tagliare su gasolio e fertilizzanti, lasciare campi incolti. E se la guerra dovesse allargarsi, bloccando o rallentando gli scambi internazionali, la prospettiva di vedere scaffali vuoti non sarà più un’esagerazione, ma uno scenario concreto.
L’agricoltura non è una lobby di categoria che chiede contributi a pioggia. È l’ossatura silenziosa che regge l’approvvigionamento alimentare di un Paese. Quando i campi tacciono, non muore solo il reddito dei contadini: si sgretola la sovranità stessa di una nazione, che scopre di non essere più in grado di sfamare i propri cittadini senza chiedere permesso ai mercati globali.
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