Emergenza casa o alibi dell’illegalità? Via Modena e le ipocrisie dell’accoglienza

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L’incendio divampato martedì 20 gennaio 2026 in uno stabile occupato abusivamente in via Modena, ad Alessandria, non è soltanto un fatto di cronaca. È l’ennesima fotografia di una città che da anni convive con un problema evidente, preferendo però non chiamarlo mai per nome.

Il principio di incendio, causato dal malutilizzo di una bombola del gas da parte degli occupanti, ha richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco e ha messo a rischio non solo l’edificio interessato, ma anche chi vive nelle immediate vicinanze. Un episodio che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi e che, invece, è stato rapidamente ricondotto a una sorta di “fatalità sociale”.

Nelle ore successive, infatti, si è assistito a un copione ormai collaudato: dichiarazioni pubbliche tese a minimizzare, precisazioni non richieste sul fatto che gli occupanti “non fossero aggressivi” o “non avessero cattive intenzioni”. Come se il problema fosse il temperamento e non l’atto compiuto. Come se occupare abusivamente una proprietà privata, sottraendola al legittimo proprietario e mettendo a rischio la sicurezza collettiva, potesse diventare accettabile in base a una valutazione morale di comodo.

In questa narrazione distorta, persino riportare la nazionalità dei responsabili sembra essere diventato un peccato originale, un tabù da evitare, anziché un semplice dato di cronaca. Un silenzio che non tutela nessuno, ma contribuisce solo ad alimentare confusione e tensione sociale.

Eppure la storia recente della città dovrebbe aver insegnato qualcosa. Non è la prima volta che occupazioni abusive e allacci di fortuna producono danni enormi. L’incendio del 2007 sotto il ponte Tiziano, causato da collegamenti illegali alla rete elettrica, costò milioni di euro alla collettività. Episodi diversi, stessa matrice: illegalità tollerata fino a quando non presenta il conto.

Il punto centrale, allora, è questo: perché ciò che danneggia privati e comunità viene sistematicamente giustificato in nome dell’emergenza abitativa, mentre esistono strumenti normativi che consentirebbero soluzioni legali e controllate? Perché chi predica accoglienza sui social, spesso con toni aggressivi e moralistici, non si assume mai la responsabilità di un gesto concreto?

La domanda è scomoda, ma inevitabile: perché l’accoglienza deve essere sempre un dovere degli altri?

Nel frattempo, la realtà bussa alle porte di tutti. I dormitori sono saturi, il costo dell’energia ha raggiunto livelli insostenibili e sempre più famiglie — anche italiane, anche lavoratori — sono costrette a ridurre il riscaldamento per far fronte alle bollette del gas. I bonus e le misure di sostegno, quando arrivano, spesso escludono proprio chi contribuisce regolarmente al sistema da decenni.

In questo contesto, l’occupazione abusiva non è una risposta alla povertà, ma il segno di un fallimento istituzionale. Un fallimento che ricade tanto su chi occupa quanto su chi, avendo risorse, fondi e strutture, preferisce non intervenire, lasciando che l’illegalità diventi l’unica via percorribile.
di un sistema che non funziona.
Perché l’assistenza che si limita alla giustificazione morale non è solidarietà: è deresponsabilizzazione.

La responsabilità, quindi, non può essere sempre e solo diluita. Appartiene alle istituzioni, a chi gestisce fondi sociali, a chi fa dell’accoglienza una professione e a chi, da posizioni di comodo, si limita a pontificare.

E forse dovrebbe appartenere anche a chi, come la Chiesa, in passato ha saputo offrire rifugio concreto nei momenti più difficili e che oggi, pur disponendo di spazi e risorse, sembra aver smarrito quel ruolo.

Da via Modena resta un edificio danneggiato, una comunità esasperata e domande che non possono più essere rimandate: stiamo davvero affrontando l’emergenza casa o stiamo solo imparando a convivere con l’illegalità, fingendo che sia solidarietà? È ancora: tra povertà crescenti, dormitori pieni e costi insostenibili resta aperto un ulteriore domanda: la povertà è un business?

Vanni Cenetta


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