In questa quiete
di stelle spente
e di ragnatele sull’anima,
m’avvolgo nel calore della coperta
e ne sento l’abbraccio
fino a scacciare il fantasma del freddo
e ad addomesticare un dolore
umile
composto
che bagna ma non inzuppa,
che sfinisce ma non annienta.
Si parla molto di poesia, molto di più di quanto la si legga.
Pochissimi i poeti letti, anche se tirati spesso in ballo.
La poesia, la poesia…
La poesia è difficile, leggere un testo poetico è difficile. Poeti che scrivono in un
italiano antico e densissimo sono difficili, a volte persino oscuri.
Dire una poesia è ancora più difficile – forse la cosa più difficile di tutte.
Eppure spopolano le letture pubbliche dei grandi poeti – da Albertazzi a Gassman,
Benigni e l’inarrivabile Carmelo Bene – seppur bravi, mi lasciano una punta di
insoddisfazione. Forse per quell’eccesso di enfasi e di postura che sempre la lettura
della poesia comporta.
Sono alla ricerca di una voce che legga senza recitare, che interpreti senza mettere
di mezzo la macchina attoriale, che asciughi senza impoverire, che tenga fede al
testo e al suo ritmo senza esserne sopraffatta: tecnica ma non troppo, anima ma non
troppo.
Una voce che potrebbe anche non esistere.
Magari questa cosa va ribaltata, e sarebbe invece bello se tutti si mettessero a
leggere poesie.
Voci belle e brutte, roche e cantilenanti, voci rocciose ed esili, sature di fumo e
monotone, voci squillanti, stridule, afone… del resto nei testi poetici quelle voci ci
sono già tutte, un’umanità che più varia non si può.
Enrica GARDIOL
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