Dalle borse di studio alle borse di stoffa è un attimo: la Fondazione Cral si dà al taglia e cuci

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Ormai è ufficiale: siamo passati dalle borse di studio alle borse di stoffa, dai bandi per l’innovazione ai corsi per rammendare i calzini con l’uovo di legno.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, che sulla carta dovrebbe “promuovere lo sviluppo del territorio”, ha scoperto un’altra vocazione: le attività con ago e filo, nel nome della nuova vita ai capi usati, contro il fast fashion. Che per certi versi può anche essere lodevole.

C’è chi stringe la cinghia e chi allarga la vita (dei pantaloni), insomma.

È la grande alleanza tra marketing sociale e beneficenza d’immagine: si rattoppa il tessuto sociale partendo da quello dei vestiti.
Chissà quanto il messaggio morale di non sprecare sia stato poi interiorizzato e quanti “corsisti” metteranno da ora in avanti in pratica quanto appreso. Il sospetto è che sia il solito progettino a gettone. L’importante è la foto finale: tavolo, fili colorati, volontarie sorridenti, logo della Fondazione ben in vista come giustificativo per ricevere il bonifico.

Il rifiuto che diventa risorsa

Il copione è sempre lo stesso: il rifiuto diventa risorsa, lo scarto diventa opportunità, il vecchio diventa vintage.

Mentre i progetti importanti tanto richiesti dallo stesso presidente Luciano Mariano (memorabile lo sfogo durante la presentazione dell’opera lirica internazionale su Gelindo) neanche l’ombra.

Greenwashing in formato punto croce

Ovviamente, tutto viene avvolto nella patina verde: economia circolare, sostenibilità, lotta allo spreco.
Che poi il vero spreco sia il diluvio di fondi in micro-progettini poco misurabili, questo non fa curriculum.
È molto più comodo finanziare un laboratorio di cucito che mettersi a tavolino con enti locali, aziende, scuole e dire: ‘Qui servono politiche, non pochette’.

Il risultato è un gigantesco greenwashing in formato punto croce: si tranquillizza la coscienza collettiva dimostrando che sì, stiamo facendo qualcosa per l’ambiente e per i poveri.
La verità è meno elegante: stiamo occupando il tempo dei fragili, non cambiando le condizioni che li rendono tali.

Intendiamoci: nutriamo una profonda ammirazione per i professionisti dei bandi che riescono a farsi finanziare dalla Fondazione più importante del territorio dei pomeriggi di svago tra una decina di amiche (o amich*) descrivendoli come se fossero campagne per salvare il mondo grazie all’uso di parole chiave trendy come sostenibilità, inclusione, lotta allo spreco.

Siamo un po’ invidiosi. Noi non ne saremmo capaci.


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